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Vecchio 09-05-2007, 23.37.29   #1
Uno
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Predefinito Le condizioni per Lavorare

A differenza della discussione sui primi passi (sempre in questa sezione... e da espandere con passi successivi) in cui parlavamo delle circostanze che ci "sbattono" su un Cammino qui vorrei parlare di alcune cose che sono imprescindibili da un reale movimento.
Lo so che questo discorso non piacerà a molti (soprattutto dei silenti lettori)... la tendenza è che tutto accada naturalmente... ed io non sono qui a negarlo, è pur vero che però la natura è lenta e comunque se lascio che tutto accada non sono in un cammino ma vivo più o meno semplicemente (se fosse il più sarebbe giù mezzo cammino).
Dopo il preambolo iniziamo ad esaminare alcuni punti che sono comuni a tutti anche se possono assumere forme diverse.
In questo post parto dalla paura non paura... concetto difficile... che mi è venuto in mente?

Inizio con un esempio... faccio un lavoro artigianale, come tutti i lavori artigianali dato che si usano le mani ed attrezzi c'è la possibilità di farsi male, se lavoro con la paura non faccio bene il lavoro ma se lavoro senza mi faccio male... se rimembrate tra le vostre conoscenze osserverete che in una buona percentuale di quelli che si fanno male sul lavoro c'è stata sufficienza del veterano e/o disattenzione di loro vittime o di colleghi.

Nei percorsi spirituali (e ancor di più esoterici) è la stessa cosa... se non si mantiene viva la percezione che c'è qualcosa che non possiamo prevedere (anche quando e se siamo in grado di leggere il futuro) ci impediamo di proseguire, se questa è o diventa paura nel senso di terrore lo stesso ci blocca.
Sto parlando di percorsi interiori... ma in fin di conti anche nella vita "normale" è così... dalla storia di amore, all'impresa commerciale etc etc....


Lo so, non è chiaro al 100%, ma come spunto per iniziare può andare
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Vecchio 10-05-2007, 09.03.23   #2
'ayn soph
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Le condizioni per lavorare sono le stesse che si usano per vivere, soltanto che in lavori pericolosi l'adrenalina è al massimo, e questo lo potei constatare fin dall'età di 11 anni (non si tratta di sfruttamento minorile ma di aiuto come figlio al menage familiare di per se assai magro, e di esperienza di vita che si è rivelata dopo). Oppure di paura e di quiete etc., ma la condizione migliore è uno stato in cui stai sempre attento e vigilante e in qualsiasi momento sei pronto per il peggio, considerando questo ultimo cmq una possibilità che si verifichi (appunto come il post sulle probabilità) nel corso di eventi che lo prevedano (non posso calcolare la possibilità di impiegato che finisca sotto delle rotative).
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Vecchio 10-05-2007, 09.59.48   #3
Grey Owl
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La paura non paura (tensione) l'avverto quando ho in mano uno strumento tagliente e lavoro il legno di cesello o di scalpello... oppure quando devo unire due parti di un elemento delicato... in tutti e due i casi sento una tensione attiva verso quello che sto' facendo.

Nel caso dello strumento appuntito e tagliente vi e' doppia paura... il farsi male e il non controllare il taglio che desidero fare. In questo caso e' importantissimo darsi delle regole di lavoro (esempio: mai avere una mano davanti alla corsa della lama).

Mentre nel lavoro delicato vi e' una tensione massima per ottenere la precisione desiderata.

Quando lavoro a questi "livelli di tensione" ottengo i risultati desiderati... ma appena sento calare questa tensione interrompo il lavoro.

Primo perche' se sono stanco rischio di farmi male e secondo non ottengo il risultato voluto (livello di qualita' del lavoro).

All'inizio lavoravo seguendo l'orario (del tipo lavoro due orette e poi stacco)... poi l'esperienza mi ha insegnato che bisogna lavorare quando si ha la tensione giusta senno' e' tempo perso e/o si ottengono risultati scadenti.

Altro punto da sottolineare... quando lavoro manualmente non so' mai come verra' il lavoro finito...

Ad esempio lavorando il legno mi sono imbattuto spesso in nodi e in venature cave o marce.... nella creta noto imperfezioni che non posso piu' correggere dopo che si e' asciugato il pezzo.

Quando inizio un lavoro sono fiducioso della buona riuscita senza averne la certezza.

Questo mi pone in uno stato di attenzione su quello che faccio.

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Vecchio 10-05-2007, 10.21.16   #4
Uno
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Bravo Gufetto, altre due condizioni

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In questo caso e' importantissimo darsi delle regole di lavoro (esempio: mai avere una mano davanti alla corsa della lama).
Darsi delle regole... spesso c'è il rifiuto delle regole perchè queste vengono date da chi ha già esperienza, se ce le dessimo da soli, se sapessimo darcele da soli non servirebbe nessuno che ce le da.
Nel tuo esempio è molto evidente l'importanza delle regole, spesso non è così evidente, non abbiamo la percezione del male (anche minimo ma che poi confluisce in quello generale) che possiamo farci con un atteggiamento sbagliato, con un procedere non attento. Le regole possono essere cambiate anche quando in un certo ambito esistono da millenni, purchè si sappia cosa si fa, dove si vuole andare etc... il rifiuto a priori senza studio non ha senso. Le regole vanno cambiate quando l'ambiente cambia, anche rimanere legati a regole vecchie non più sensate solo perchè funzionavano da millenni non ha senso...
Nel caso del legno e della lama non sono cambiati gli strumenti quindi le vecchie regole vanno bene, quindi per cambiare le regole devono cambiare gli strumenti.

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All'inizio lavoravo seguendo l'orario (del tipo lavoro due orette e poi stacco)... poi l'esperienza mi ha insegnato che bisogna lavorare quando si ha la tensione giusta senno' e' tempo perso e/o si ottengono risultati scadenti.
I tempi.... giusto... perchè dare la bracciata quando l'onda ti spinge indietro?
Però è peccato non darla con tutta la forza quando l'onda fluisce... avanti e indietro ma se vado anche solo un cm in più in avanti, vado verso il mio obiettivo.



C'è altro anche solo su questi due punti (ma ci sono altri punti, condizioni) ma non voglio monopolizzare
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Vecchio 10-05-2007, 12.43.11   #5
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Beh... allora ne dico un'altro paio di "condizioni per Lavorare"...

L'ambiente di lavoro e' importante... ad esempio se dipingo con i colori ad olio non posso farlo in un ambiente chiuso perche' la trementina e l'olio di lino sono elementi volatili e tossici... anche se non "tossici" di sicuro maleodoranti... quindi un'ambiente ventilato.
Se scolpisco il legno o la pietra o la creta non lo posso fare sul tavolo della cucina ma dovro' cercare un luogo adatto al lavoro.

Avere tutto l'occorrente a "portata di mano"... non deve essere che per cambiare attrezzo debba compiere giri o percorsi difficoltosi... tutto messo in "ordine" e a portata di mano quindi...

Non essere disturbati mentre si lavora... personalmente amo il silenzio... ascolto i rumori del mio lavorare (scolpire, dipingere,ecc)... se piace la musica si puo' accendere la radio o il cd o la tv in sottofondo... ma in generale non una condizione che distrae il lavoro...

ne ho messi tre...hehehehe


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Vecchio 10-05-2007, 13.01.52   #6
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Quando lavoro a questi "livelli di tensione" ottengo i risultati desiderati... ma appena sento calare questa tensione interrompo il lavoro.

Primo perche' se sono stanco rischio di farmi male e secondo non ottengo il risultato voluto (livello di qualita' del lavoro).

All'inizio lavoravo seguendo l'orario (del tipo lavoro due orette e poi stacco)... poi l'esperienza mi ha insegnato che bisogna lavorare quando si ha la tensione giusta senno' e' tempo perso e/o si ottengono risultati scadenti.

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I tempi.... giusto... perchè dare la bracciata quando l'onda ti spinge indietro?
Però è peccato non darla con tutta la forza quando l'onda fluisce... avanti e indietro ma se vado anche solo un cm in più in avanti, vado verso il mio obiettivo.
Intanto questo punto: concordo con Grey e con Uno, però, proprio alla luce di quanto detto viene da chiedersi: come ottenere la tensione giusta se si vuole lavorare adesso?

Fa bene a mio avviso Grey a lavorare solo quando c'è la tensione, però così facendo, se non sono in grado almeno un po' di procurarmela, finisce che sono molto seggetto a diciamo dei cicli e quindi a dei tempi che potrebbero risultare stretti... mettiamo il caso che abbiamo moltissimo lavoro da fare e scarsissimo tempo per farlo...

Non sto proponendo di trovare modi per eliminare i cicli, credo non sia possibile, tuttavia forse è possibile accelerarli in qualche modo... per avere a disposizione la "tensione giusta" più spesso.

Poi c'è anche il discorso di non perdersela...
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Vecchio 10-05-2007, 13.24.05   #7
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Banale ma prima di tutto devo avere un obbiettivo da raggiungere se non so dove vado o cosa faccio devo iniziare almeno sapedo dove come quando e perchè. Fare con interesse.
Per sapere cosa faccio devo avere esperienza o cmq mentre faccio se sto attento l'acquisisco. Oggi provo così domani cosà e col tempo saprò che in quell'occasione sarà meglio fare una cosa invece che un'altra verrà spontaneo.
Poi mentre lo svolgo lo faccio con la massima attenzione mettendo in gioco il meglio di me, tutto il mio bagaglio ma anche l'attrezzatura che scopro con tempo essere migliore di altra. Ma davanti al lavoro non devo mai dare per scontato nulla ma mettermi con lo stesso impegno ed attenzione come se fosse la prima volta che lo faccio altrimenti potrebbe capitarmi trovandomi davanti ad una novità di aver sopravvautato o sottovalutato qualcosa e fare un guaio. Perchè ogni lavoro è un lavoro nuovo che faccio sfruttando ciò che sono diventato.
Ad ogni errore di valutazione o di tecnica cercherò di scoprire dove come quando e perchè affinando così la mia tencnica ed il mio lavoro.
Ogni volta metterò me stesso nel mio lavoro che cambierà in ragione del mio cambiamento.
Se mi faccio dominare dalla paura non lavoro ma la paura di fare gli errori di cui sopra terrà la mia attenzione alta, ma se starò attento non avrò paura non sarò usato ma la userò per uno scopo che è quello di lavorare al meglio che posso.
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Vecchio 10-05-2007, 14.11.08   #8
MaxFuryu
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se ho capito...la paura a quanto ho capito è la cosa che ci "attiva" e senza la quale non si darebbe l'importanza giusta a quello che si sta facendo. Quindi si sarebbe una reale necessità di avere paura, e mentre nel caso di un artigiano la paura è data dalla piena consapevolezza di quello che sta facendo (esperienza), nel caso di un'apprendista allora andrebbe instaurata, e mi domandavo quanto ci si può riuscire a farlo in modo sano.
si è parlato di regole, queste di sicuro sono state date da qualcuno consapevole, volevo chiedere quindi se le regole sono un sostituto della paura per evitare che chi non è in grado si instauri un processo che non può gestire (appunto la paura) oppure se semplicemente sono un'aggiunta.
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Vecchio 10-05-2007, 14.13.44   #9
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si è parlato di regole, queste di sicuro sono state date da qualcuno consapevole, volevo chiedere quindi se le regole sono un sostituto della paura per evitare che chi non è in grado si instauri un processo che non può gestire (appunto la paura) oppure se semplicemente sono un'aggiunta.
Beh, a naso sono una struttura che permette non solo di gestire la paura necessaria ma anche di usarla per il lavoro, quindi in modo corretto, invece di farsi sopraffare da essa e commettere errori. Come dire che nei momenti di paura maggiore posso aggrapparmi alle regole, con-fidando nella saggezza di chi le ha fatte...
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Vecchio 10-05-2007, 14.20.35   #10
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...Come ottenere la tensione giusta se si vuole lavorare adesso?
La tensione giusta la si ottiene nel preparare l'ambiente... ma una tensione di base ce' sempre... noto che se lavoro ad una scultura in legno (ad esempio) non smetto di pensare anche dopo aver appoggiato gli strumenti... la desidero... la penso... (esagero... la bramo)... e' parte di me... e' come un dolce tormento.
Quando preparo gli strumenti opero una specie di "rito" (serie di necessarie procedure per pulire, affilare, sistemare gli strumenti)che mi permette di raccogliere tutta la "tensione" necessaria.

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...Però così facendo, se non sono in grado almeno un po'
di procurarmela, finisce che sono molto soggetto a diciamo dei cicli e quindi a dei tempi che potrebbero risultare stretti...
Essere soggetto ai cicli e' piu' "forte" quando si e' agli inizi di un "arte"... ad esempio... quando iniziai a lavorare la creta lo facevo solo in determinati momenti e periodi... poi col tempo impari a gestire i cicli (si impara a conoscere le proprie re-azioni). Ad esempio oggi come oggi posso fare un lavoro (statuetta di creta) se mi viene chiesto... anche se non fossi dell'umore giusto... saprei come far aumentare la tensione... Inizierei con un interesse intellettuale (il come affrontare il lavoro), poi uno stimolo emotivo (che espressione dare e cosa voglio rappresentare a livello emotico) ed infine iniziere il rito di cui sopra.

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...tuttavia forse è possibile accelerarli in qualche modo... per avere a disposizione la "tensione giusta" più spesso.
La "tensione giusta" la ottengo con un raccoglimento... (ad esempio l'atleta che si raccoglie prima della prestazione)... nel mio caso noto che ho un "momento" di raccoglimento con l'ambiente dove lavoro... ad esempio quando dipingo ad olio sento l'odore del dipinto... alzo la tela... contemplo il dipinto... osservo il lavoro gia' fatto e quello che devo affrontare... rimango un tempo (piu' o meno lungo) in osservazione... non faccio nulla... attendo che la tensione sia quella giusta.



Ultima modifica di Grey Owl : 10-05-2007 alle ore 14.22.44.
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Vecchio 10-05-2007, 14.32.25   #11
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La "tensione giusta" la ottengo con un raccoglimento... (ad esempio l'atleta che si raccoglie prima della prestazione)... nel mio caso noto che ho un "momento" di raccoglimento con l'ambiente dove lavoro... ad esempio quando dipingo ad olio sento l'odore del dipinto... alzo la tela... contemplo il dipinto... osservo il lavoro gia' fatto e quello che devo affrontare... rimango un tempo (piu' o meno lungo) in osservazione... non faccio nulla... attendo che la tensione sia quella giusta.
Questa a me pare attendere l'ispirazione però magari sbaglio.
A meno che ispirazione uguale a tensione non so.
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Vecchio 10-05-2007, 14.34.01   #12
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beh anche... raccoglimento come in-spirazione... raccogliere l'aria...
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Vecchio 10-05-2007, 15.48.33   #13
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Quando preparo gli strumenti opero una specie di "rito" (serie di necessarie procedure per pulire, affilare, sistemare gli strumenti)che mi permette di raccogliere tutta la "tensione" necessaria.
Wow ho trovato il modo per far parlare il Gufetto.... ed anche per fargli iniziare a ricordare quello che sa già

Riti: non sono poi una cosa tanto stravagante ed oscura... una motivazione ben precisa l'hanno, il problema nasce quando nessuno più la conosce e si fanno a pappagallo... però a qualcosa servono pure quelli volendo.

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E' vero i cicli sono più determinanti all'inizio di un arte, vanno rispettati con scrupolo, poi sempre più si trova il modo di sfruttare il ciclo negativo, se con quello positivo cercando di fare più strada con quello negativo cercando di perderne il meno possibile... il ciclo avrà il suo corso comunque ma malgrado quello faremo lo stesso il nostro il lavoro
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Vecchio 10-05-2007, 16.12.33   #14
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E' vero i cicli sono più determinanti all'inizio di un arte, vanno rispettati con scrupolo, poi sempre più si trova il modo di sfruttare il ciclo negativo, se con quello positivo cercando di fare più strada con quello negativo cercando di perderne il meno possibile... il ciclo avrà il suo corso comunque ma malgrado quello faremo lo stesso il nostro il lavoro
Significa che se all'inizio si è completamente soggetti ai cicli, andando avanti si puo' esserlo meno? (mi è tornata in mente la risposta che mi hai dato nel post dell' effetto Luna.. "La testa fuori ....almeno il tempo cadenzato per prendere aria")... Da quel che scrive Grey mi pare di capire che anche qui ci sia di fondo una conoscenza di sè stessi:

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Essere soggetto ai cicli e' piu' "forte" quando si e' agli inizi di un "arte"... ad esempio... quando iniziai a lavorare la creta lo facevo solo in determinati momenti e periodi... poi col tempo impari a gestire i cicli (si impara a conoscere le proprie re-azioni). Ad esempio oggi come oggi posso fare un lavoro (statuetta di creta) se mi viene chiesto... anche se non fossi dell'umore giusto... saprei come far aumentare la tensione... Inizierei con un interesse intellettuale (il come affrontare il lavoro), poi uno stimolo emotivo (che espressione dare e cosa voglio rappresentare a livello emotico) ed infine iniziere il rito di cui sopra.
Facendo leva su ciò che sai puo' stimolare la giusta tensione quindi si puo' riuscire ad ottenerla. Per farlo pero' bisogna già conoscere l'arte, averla sperimentata, in modo da capire dove andare a stimolare. Conoscere ciò che ogni singola azione ci provoca.. e per farlo, bisogna osservare attentamente le volte precedenti, in modo da riprodurlo
E' corretto?

Il rito che hai descritto mi fa pensare ad una preparazione.. (simile alla vestizione dei Sacerdoti quando stanno per dire Messa, o a quando mi preparo psicologicamente ad affrontare una prova...) come un "raccogliere" le energie per concentrarle (dare loro una direzione) dopo sul lavoro .
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Vecchio 10-05-2007, 16.15.57   #15
griselda
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Riti: non sono poi una cosa tanto stravagante ed oscura... una motivazione ben precisa l'hanno, il problema nasce quando nessuno più la conosce e si fanno a pappagallo... però a qualcosa servono pure quelli volendo.
Mi viene in mente l'attore che prima di entrare nel personaggio studia la parte per poi immedesimarsi.
Come il raccoglimento in chiesa.
Il mettersi i guanti l'indossare il grembiule...gesti che richiamano l'attenzione tutti noi stessi su quello che ci apprestiamo a fare lasciando andare via il resto.
Ci pensavo proprio stamattina mi vedevo come un essere a cui va inserita la scheda lavoro in quel momento tutti i dati affluiscono per quel tipo di lavoro.
Ci sta?

Ultima modifica di griselda : 10-05-2007 alle ore 16.21.43. Motivo: ho visto ora che Red ha postato probabilmente scrivevamo in contemporanea
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Vecchio 11-05-2007, 22.54.24   #16
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se questa è o diventa paura nel senso di terrore lo stesso ci blocca.
Conosco una persona che aveva paura dei cani. Anche quando erano legati a robuste catene questa non riusciva ad avvicinarglisi. Il terrore la bloccava, seppure legati (quindi controllati) i cani rappresentavano per lei una paura che andava oltre la ragione, perchè stando a debita distanza era impossibile che la attaccassero.
Quindi mi chiedo come fare a superare paure che vanno al di là del razionale. Ognuno ha dentro di sé i propri "mostri atavici", contro cui la ragione può ben poco, e quelle sì che sono paure che paralizzano e impediscono di andare avanti...
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Vecchio 12-05-2007, 14.08.37   #17
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Quindi mi chiedo come fare a superare paure che vanno al di là del razionale. Ognuno ha dentro di sé i propri "mostri atavici", contro cui la ragione può ben poco, e quelle sì che sono paure che paralizzano e impediscono di andare avanti...
La mia risposta alla tua domanda è piuttosto "banale".. se nel momento in cui la paura , il terrore ti assale, riesci ad osservarti e ad osservarla, e nello stesso istante ad accoglierla (la reazione è quella di rifiutarla) man mano, il terrore che ti gela diventa meno insopportabile. L'evitamento anche è una reazione, scappi dove ti senti al sicuro, nel tuo esempio lontano dal cane.. e tutto sommato se hai paura dei cani, la fobia è circoscritta.. pero' diventa limitante. Tu stesso ti poni dei limiti, ma ti sembra di non poterci fare niente. E' più forte di te... se ti sforzi di affrontare il cane (non necessariamente quello grosso e minaccioso all'inizio), se affronti la situazione cercando di osservarti con tutta l'attenzione possibile ti viene incontro anche la razionalità.. non c'è niente di cui aver paura, la paura sta nella mia mente in quel momento. E poi serve sempre la volontà nel non arrendersi anche se la paura torna.Tutte queste cose, messe insieme, a me hanno dato la forza per affrontare qualcosa che non credevo possibile.. e l'ultima cosa è: non dare mai per scontato che la paura non tornerà anche se credi di averla vinta.. nel momento in cui ti rilassi, pensi di averla superata, puo' tornare; tenere presente questo, aiuta a non addormentarsi troppo. E per assurdo, quella paura che temi tanto, puo' diventare un alleato per accorgerti che stai ricadendo nel sonno. Dopo un po' la si puo' usare come "sveglia"
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Vecchio 12-05-2007, 16.01.59   #18
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Infatti credo che sia la parte più importante quella di tenere la paura in se come la fonte della tensione che tiene vivo il controllo. Se non c'è la percezione del pericolo o di qualcosa cade anche il controllo. E' come se si formasse un circolo.
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Quindi mi chiedo come fare a superare paure che vanno al di là del razionale. Ognuno ha dentro di sé i propri "mostri atavici", contro cui la ragione può ben poco, e quelle sì che sono paure che paralizzano e impediscono di andare avanti...
Per me è già molto riconoscere di che cosa posso avere paura. Nel caso sapessi che ho paura dei cani ok so che è una paura irrazionale e posso provare un po’ per volta a superarla come dice RedW, sforzandomi. Ma parlo di percorsi in questo caso: quando non so che cosa mi blocca, di che cosa ho paura, che cosa cerco di superare? Vivo la paura come un blocco che mi porta grande sofferenza, so che devo andare avanti ma in quel momento non so che cosa fare, la tensione è forte insieme alla voglia di fuggire, tornare indietro. Ma anche questo fa nascere una nuova paura, quella di perdere, quella che può assalire chi si ritira prima di giungere a un suo traguardo importante. Quindi sento la tensione che aumenta quando mi metto davanti a questa scelta: tornare indietro o “saltare il fosso“. A quel punto non so dire se entra in gioco la ragione, ma la tensione è al massimo, la sofferenza sembra insopportabile eppure la “accolgo” , qualcosa scatta dentro di me e supero quel momento di paura. Non la paura, quella sempre rimane…
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Vecchio 12-05-2007, 23.42.46   #20
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Beh, anche se "banale" un grazie per la tua risposta RedW...
Come dice Shanti però ci sono delle paure ataviche, non razionali, vedi la paura del buio ad esempio... Per l'adulto nel buio ci sono le stesse cose che c'erano prima alla luce, ma per il bambino invece nel buio si celano ogni tipo di demoni o mostri...
La grande paura del buio in sostanza è non sapere cosa c'è... ossia ci può essere di tutto, ed è proprio questa la paura. Il più grande e spaventoso mostro, se visto bene in faccia, è sempre meno spaventoso di quando non lo conosci e hai solo il sentore della sua presenza... Nei film dell'orrore migliori o nei thriller quasi mai si vede il "cattivo" in faccia, e se lo si vede è per poco tempo e comunque in penombra. Se non sbaglio il maestro Hitchock spesso diceva: "nello spettatore vedere la paura negli occhi delle vittime fa più paura che vedere l'oggetto stesso della loro paura..." Quindi vedere la vittima spaventata fa più paura che vedere l'assassino che le si avvicina...

In questo contesto il discorso è analogo... Quando si inizia a Lavorare non si sa cosa c'è dopo (ma questo vale per tutto, ogni singolo giorno ha una sua meravigliosa imprevedibilità) ed è questa la paura che blocca. Sarebbe meglio vedere in faccia una disgrazia piuttosto che combattere contro un demone eterico, impalpabile, che può assumere qualsiasi forma...

Certo che, stando nel qui ed ora...
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Vecchio 13-05-2007, 10.40.44   #21
griselda
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Conosco una persona che aveva paura dei cani. Anche quando erano legati a robuste catene questa non riusciva ad avvicinarglisi. Il terrore la bloccava, seppure legati (quindi controllati) i cani rappresentavano per lei una paura che andava oltre la ragione, perchè stando a debita distanza era impossibile che la attaccassero.
Quindi mi chiedo come fare a superare paure che vanno al di là del razionale. Ognuno ha dentro di sé i propri "mostri atavici", contro cui la ragione può ben poco, e quelle sì che sono paure che paralizzano e impediscono di andare avanti...
Da bambina fui morsa da un cane per moltissimi anni ne ebbi paura, gli stavo alla larga, avevo paura che potesse ricapitare inoltre mi sentivo in colpa sia la prima volta dopo esser stata morsa che da adulta nel non saper vincere il problema che sapevo di avere.
Poi un giorno mi trovai davanti il problema e dovetti risolvere la questione. Il mio capo iniziò a portare il suo cane sul posto di lavoro. A quel punto o risolvevo o dovevo cambiare lavoro. Mi presi i miei tempi mi ci avvicinai piano piano, mi feci spiegare l'indole del cane mi feci un cultura sul cane...insomma cercai di capire e compresi anche perchè quel cane mi aveva morso tanti anni prima. Non dico che ho perso totalmente la paura dei cani ma so come ci si deve comportare conosco le regole. Non ho perso la paura ma l'ho trasformata in rispetto. Secondo me il punto è questo conoscendo le regole si può comprendere che la paura si può trasformare. Ho paura quando non capisco, quando vado alla cieca e la paura di farmi male esce da ogni "angolo buio" fino a quando non ho capito bene cosa devo fare.
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Vecchio 13-05-2007, 15.05.05   #22
RedWitch
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Originalmente inviato da Kael Visualizza messaggio
In questo contesto il discorso è analogo... Quando si inizia a Lavorare non si sa cosa c'è dopo (ma questo vale per tutto, ogni singolo giorno ha una sua meravigliosa imprevedibilità) ed è questa la paura che blocca. Sarebbe meglio vedere in faccia una disgrazia piuttosto che combattere contro un demone eterico, impalpabile, che può assumere qualsiasi forma...

Certo che, stando nel qui ed ora...
Sì sono d'accordo, è il non conoscere che spaventa, il non sapere cosa c'è dopo, la paura dell'ignoto, ma nel caso del cane? se ne ho una paura irrazionale, nel caso di Gris per esempio ci vedo uno shock e da lì la conseguente paura, ma se a me non è mai successo che un cane mi mordesse ma ne ho lo stesso il terrore che faccio? gli sto alla larga e basta? anche se non posso risalire al motivo della paura perchè è "innata".. qualcosa posso comunque fare.. era questo che intendevo sopra. Vero anche che quando invece ti assale il terrore dell'ignoto, il non sapere perchè sto camminando in un senso (il Lavoro), gela il sangue.. ma lì credo che andiamo nell'immaginare in qualche modo ...
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Vecchio 13-05-2007, 17.25.47   #23
Era
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le paure innate credo dipendano dai condizionamenti...
anche la paura del buio dei bambini...( per gli adulti...la
stessa paura nasconde il timore per l' ignoto).....
un bambino viene alla luce dal buio del ventre materno..
non può di suo...temere il buio......ma se la madre ne è
intimorita lo trasmette.....peggio....quando per "farsi ubbidire"
si usano il buio...il lupo....lo zingaro per intimorire....

la paura come controllo/attenzione permette di lavorare
in un certo modo....valutando ogni difficoltà....
in fondo la paura è un deterrente dell' istinto di conservazione.....
diffido di chi dice: non ho paura di niente....questo non
dimostra coraggio...ma incoscenza.....
secondo me una sana "paura/prudenza" aiuta.....



(prudenza? da prurito? ops)
__________________
Dio mi conceda
la serenità di accettare
le cose che non posso cambiare
il coraggio di cambiare
quelle che posso cambiare
e la saggezza
di distinguere tra le une e le altre
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Vecchio 14-05-2007, 17.06.27   #24
Uno
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Dai... dai... fermi alla paura?
Ok è la paura che vi terrorizza e vi blocca

A parte gli scherzi, altre condizioni?
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Vecchio 14-05-2007, 17.18.46   #25
Grey Owl
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Altra condizione per lavorare e'... aver voglia di lavorare.

Pare banale ma non lo e'... ad esempio si dice che un artista passa dei periodi di "crisi"... momenti in cui perde il fuoco... la passione... il momento artistico.
A quel punto che fare?

Ho un mio metodo... abbandanare il lavoro e dedicarsi ad altro...
Desiderare il lavoro abbandonato e' auspicabile... ma se poi non ritorna la passione?
In questo caso era solo un fuoco passeggero... ma alimentare la passione per quel lavoro (che sia dipingere o lavorare la creta) e' un arte.




AGGIUNGO: la tensione e' presente sempre... se cala vi e' sempre un motivo... un blocco... accorgersi di questo blocco e' necessario... in questo l'arte.
Grey Owl non è connesso  
 


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