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Vecchio 27-03-2005, 19.21.17   #1
odisseo
Pensa di allungare la permanenza
 
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Data registrazione: 24-03-2005
Residenza: Milano
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Ve lo dico subito, è un post decisamente lungo (qualche centinaio di righe), se non disponete di una connessione flat, vi conviene scaricarlo sul vostro pc e leggerlo con comodo.


Dolore, il dolore fisico, una cosa di cui tutti, faremmo molto volentieri a meno.

Il guaio è che il dolore è necessario.

Quando qualche cosa, nel nostro organismo si guasta, il dolore, agendo come segnale d'allarme, ci avverte e ci impedisce di procurarci ulteriori danni.

Se ci rompiamo una gamba, è il dolore ad impedirci di appoggiarvi il peso lesionando ulteriormente l'osso già danneggiato e, magari, lacerare
muscoli, tendini, vasi e nervi.

Lo stesso se tocchiamo qualche cosa di troppo caldo, se non sono già intervenuti i meccanismi di reazione automatica (i riflessi), è il dolore che ci
impedisce di bruciarci fino all'osso.

Di tanto in tanto, però, purtroppo, questo sistema di allarme si inceppa e il dolore prosegue, anche dopo che la causa è scomparsa, inizia il calvario.

Ciò non significa che la terapia del dolore si rivolga esclusivamente al dolore cronico, anche se questo è il suo campo di elezione.

Il dolore acuto o cronico è spesso una componente fondamentale o, comunque importante di molte malattie o situazioni patologiche, inoltre ha conseguenze
di tutto rispetto a carico di organi e apparati.

L'ipotalamo è direttamente collegato alle vie del dolore, la sua stimolazione provoca alterazioni nRayendocrine, definite "reazioni da stress".

Sono caratterizzate dalla produzione di ormoni catabolici e dall'inibizione di sostanze anabolizzanti come il testosterone e l'insulina.
Questo porta alla mobilizzazione dei grassi e proteine del tessuto adiposo e muscolare con la comparsa di iperglicemia e la negativizzazione del bilancio
azotato.

Il catabolismo associato alla reazione da stress fornisce all'organismo una maggiore disponibilità energetica ma, se tali situazioni si protraggono a lungo
possono danneggiare il paziente in due maniere.
La perdita di proteine, può condurre a una riduzione della massa muscolare con conseguente ritardo del recupero funzionale.
La ridotta sintesi proteica di immunoglobuline e leucociti porta ad una immunodepressione secondaria con maggiore vulnerabilità alle infezioni.

Insieme alla stimolazione dell'ipotalamo c'è la reazione del sistema nervoso simpatico a carico del sistema cardiovascolare.
Vengono rilasciate forti quantità di angiotensina II con conseguente vasocostrizione generalizzata.
Vengono rilasciate catecolamine con conseguente aumento della frequenza cardiaca e della forza delle contrazioni miocardiche per sopperire all'aumento
delle resistenze vascolari sistemiche (se le arterie sono contratte, il sangue fatica a circolare).
In parole povere: ipertensione, tachicardia e disritmia (spesso con conseguente ischemia miocardica nelle persone predisposte).
Compare un incremento della ritenzione idro-salina, che incrementa ulteriormente il lavoro cardiaco aggravando ulteriormente la situazione.

Le alterazioni nRayendocrine provocano un aumento dell'acqua extracellulare a livello polmonare alterando del rapporto ventilazione-perfusione.

Inoltre, il dolore induce un aumento della tensione dei muscoli scheletrici, se il dolore è localizzato nel tronco, si ha una riduzione della capacità
polmonare totale ed ipoventilazione.

Tutto ciò peggiora ulteriormente la funzione respiratoria del soggetto.

Le stesse alterazioni nRayendocrine sono responsabili dell'inibizione della funzione gastrointestinale con conseguente nausea e vomito

A livello ematico, si osservano variazioni della densità del sangue, una riduzione della attività piastrinica e della fibrinolisi.
In pratica aumenta la coagulabilità, cosa questa che può portare, sopratutto in persone immobilizzate a letto, ad un aumento del rischio di trombosi.

Il dolore spesso costringe a dover dipendere da altri anche per la cura della propria persona, con conseguenze psicologiche potenzialmente devastanti.
Questo fatto può essere temuto più del dolore stesso e può contribuire indirettamente (per esempio facendo procrastinare interventi chirurgici necessari)
al peggioramento della situazione patologica con ulteriori problemi a livello terapia e convalescenza.




Un elenco sicuramente non esaustivo di patologie ed affezioni in cui il dolore è parte importante:

cefalee - emicranie
nevralgie
gastriti e ulcere gastriche
coliti e spasmi intestinali
sindrome del colon irritabile
diverticolite
stipsi
diarrea
cardiopatie
ischemie
eczemi
artrosi e artriti
sindromi mestruali e pre-mestruali
affezioni muscolo-scheletriche
malattie tumorali
malattie metaboliche (come il diabete) e autoimmuni
anemia falciforme (che provoca spesso occlusioni ischemiche)
problemi psichiatrici e psicologici
traumi fisici
malattie batteriche e virali (ex. herpes zooster)
intossicazioni
alcoolismo - fumo (i problemi epatici dovuti all'alcool e, la nicotina possono aggravare pesantemente una crisi dolorosa)
avitaminosi (nRaypatie da pellagra, beri beri etc...)
problemi post-operatori
amputazioni (arto fantasma)
osteoporosi (spesso causa di fratture e microfratture a carico di ossa lunghe e vertebre--> deformazioni della colonna)
etc etc etc.....


Negli ultimi decenni, la ricerca sul dolore, le sue conseguenze, la sua prevenzione hanno portato ad evidenziare la stretta correlazione tra
la sfera fisica e quella psicologica dei pazienti.

Parallelamente, si è passati da un approccio puramente farmacologico, ad un approccio multifattoriale e multilivello.

Il fatto è che le ricerche portate avanti in tutti i paesi del mondo, fin dagli anni '50 hanno evidenziato il fatto che la percezione del dolore
è influenzata da una molteplicità di fattori, spesso autoinfluenzantesi.

Un esempio classico è quello delle cefalee/emicranie o dei dolori alla schiena.

Posizioni fisiche scorrette, contrazioni muscolari protratte, eccesssivo tono della muscolatura liscia dei vasi sanguigni, scatenano i primi episodi.
La persona tende a divenire ansiosa, anticipando e temendo la possibilità di nuovi episodi dolorosi.
L'organismo mette in atto tutta una serie di reazioni (contrazioni della muscolatura liscia, tono eccessivo della muscolatura scheletrica,
riduzione della attività fisica) che predispongono l'individuo a nuovi episodi dolorosi.
Dulcis in fundo, l'individuo tende a concentrarsi sul dolore.
Inoltre la persona scopre rapidamente che il dolore può arrecare dei vantaggi di tipo "sociale" (maggiori attenzioni da parte dei familiari, minor carico di lavoro).
Le persone con dolori cronici o episodi di dolore acuto, tendono anche a parlare tra loro, confrontando i sintomi, le conseguenze e le modalità di
insorgenza del dolore.
In pratica, le persone, riescono molto facilmente ad "apprendere" come e perchè provare dolore.
Una conseguenza di questo apprendimento è che le persone che soffrono da molto tempo (almeno un paio di anni) rispondono molto meno alla terapia farmacologica,
sia per motivi puramente psicologici/comportamentali che per danni strutturali ormai consolidatisi.

Secondo alcuni modelli, la percezione del dolore consiste, oltre alla sensazione vera e propria, in un elenco di fattori che vanno dal ricordo di precedenti esperienze,
ansia, speranze relative a cure e guarigione, timore dell'invalidità, paura e/o attesa/anticipazione per le conseguenze sulla vita sociale - affettiva - lavorativa,
motivazione ad affrontare la terapia, etc etc.....

Il dolore è quindi il risultato di un'elaborazione dell'esperienza, piuttosto che l'esperienza vera e propria.

Riuscendo a modificare queste complesse dinamiche psico-fisiche, si riescono ad ottenere risultati notevoli anche senza ricorrere a terapie puramente farmacologiche, anzi, in alcuni casi, si riesce a fare completamente a meno dei farmaci.

Un esempio eclatante di questo tipo di dinamiche sono i riti tribali di iniziazione alla vita adulta che, spesso, comportano prove dolorose al limite della sopportazione.
Però, poichè spesso sono l'unico mezzo che l'individuo ha per essere accettato dalla sua società, vengono affrontate e superate con relativa facilità.

Un mezzo molto semplice, utilizzato frequentemente per insegnare ai pazienti a gestire in prima persona i loro problemi è il cosidetto:
"diario del dolore".

In pratica, le persone vengono incoraggiate a tenere un diario dell'evoluzione del sintomo "dolore" in relazione a tutta una serie di fattori:
attività quotidiana (lavori domestici, attività motoria, lavoro....)
sesso
ore e qualità del sonno
analgesici e farmaci assunti (tipo, quantità, orari)
Pasti (quantità, orari, qualità, appetito....)
dolore provato (tipo, qualità, orario, localizzazione)
problemi psicologici (ansia, depressione, paura, insicurezza...)
etc etc etc....
Tramite questo semplice mezzo, sia il medico che il paziente scoprono rapidamente quali fattori influenzano (e come influenzano) la comparsa del dolore.


I metodi coinvolti nella teapia del dolore sono fondamentalmente: Farmacologici, Psicologici, Cognitivo - Comportamentali, Fisici.


Metodi farmacologici

L'ultimo secolo di riceca chimica e biologica ha messo a disposizione della medicina un impressionante arsenale di sostanze farmacologicamente attive.
Analgesici oppioidi e non-appioidi, fans, cortisonici, antivirali, antibiotici, steroidi, corticosteroidi, antidepressivi, antiinfiammatori, benzodiazepine, narcotici,
statine, ansiolitici, multitaminici, levodopa, revulsivi (per esempio la capsicina, utilizzata per bloccare distruggere le terminazioni nervose afferenti nocicettive)
Anche le modalità di somministrazione e rilascio dei farmaci si sono notevolmente evolute, consentendo una somministrazione mirata e minima
di sostanze attive (microinfusori, pompe miniaturizzate, pompe elastometriche, vettori a lento rilascio, assorbimento transdermico etc etc..).
Però, sebbene siano in generale ben tollerati ed utilizzabili per lunghi periodi, molti farmaci possono avere effetti indesiderati quali aumento della pressione ematica, gastriti, stipsi, tossicità a carico di fegato, reni e sistema nervoso centrale con atassia, confusione, sindromi parkinsoniane,
distonie, depressioni (al limite del suicidio), etc etc...


Metodi Psicologici
psicoterapia (utile nei casi dolori psicogeni e/o con notevole componente nevrotica), placebo, ipnosi, autoipnosi, metodi di distrazione, visualizzazione con ipnoanalgesia, religione
(particolare attenzione meritano le convinzioni filosoficoeligiose del paziente, questi potrebbe rifiutare alcuni trattamenti terapeutici o,
potrebbe avere un'alterata percezione del dolore a causa della sua religione, infatti potrebbe vivere il dolore come "giusta punizione per il peccato commesso" o,
come "una via per la redenzione").


Metodi Cognitivo-Comportamentali
sono tutte quelle metodiche che, modificando le abitudini, tendono ad eliminare o ridurre notevolmente le cause scatenanti o i fattori che peggiorano la
situazione dolorosa.
Qualche esempio: dieta corretta (per la riduzione del peso, curare avitaminosi, controllare il diabete, etc....), riposo, rilassamento (biofeedback),
allenamento/movimento (per controllare peso, colesterlemia, rafforzare la muscolatura, correzioni posturali etc....), eliminazione di sostanze quali la nicotina o l'alcool



Metodi Fisici
massaggi, fisio-kinesi-terapia, tens (elettrostimolazione), termo e crio terapia, chirurgia per ridurre eventuali pressioni sulle terminazioni nervose (ex nella sindrome da tunnel carpale o nelle neoplasie),
tutori (busti e collari),lesioni nRaylitiche (con alcool o fenolo o nRaychirurgia), agopuntura e/o elettro-agopuntura, operazioni per correggere problemi posturali o di peso, inpianto di
sonde per la perfusione, magnetoterapia, ultrasuoni etc etc....




Fondamentalmente, il problema trattamento e gestione del dolore nasce dal fatto che i medici non specializzati in terapia del dolore hanno
un approccio meccanicistico al problema, una cosa tipo :
Visita di 5' - 10', domande tipo: "dove le fa male ?", terapie tipo: " 1 pillola dopo i pasti"........
Nessun coinvolgimento, scarso/nullo interesse per il vissuto del paziente o per tutto quello che riguarda la sua vita sociale/affetiva/lavorativa.
Anzi, il paziente, che si rivolge al medico, spesso dopo una lunga serie di trattamenti inefficaci, viene vissuto come una "scocciatura", uno che costringe
a tenere farmaci classificati (oppioidi e derivati), uno che mette in imbarazzo gli altri pazienti in attesa.
Aggiungiamo che, sovente, i medici non specializzati in questo specifico campo sono in difficoltà nel prescrivere il giusto trattamento farmacologico e non
sono in grado di consigliare tutta una serie di strategie per disinnescare i problemi di ordine psicologico e pratico che i pazienti con dolore devono
affrontare.

In pratica una situazione totalmente differente da quella ideale.

Un approccio corretto richiede che vengano presi in considerazione una molteplicità di fattori.
Dipendenze fisiche o psichiche da farmaci.
Abitudini di vita (che possono inficiare o potenziare la terapia)
Presenza o meno di ansia, depressione, paura (del dolore, delle conseguenza, per il lavoro, per il futuro etc....)
Vita sessuale e di relazione
Attività lavorativa
Attività fisica
Eventuale remunerazione per la malattia
Eventuali procedimenti legali relativi alla malattia
Attese relative alla terapia (liberazione dal dolore o la sua riduzione ad un livello tollerabile)
Cause del dolore
Altre situazioni patologiche non direttamente coinvolte con il sintomo "dolore"
Autonomia del paziente (è in grado di provvedere a se stesso ?)
Tipo di farmaci da utilizzare, relativo dosaggio e modalità di assunzione (il più comode possibile per il paziente che deve essere il più autonomo possibile)
Terapie per il controllo/prevenzione delle cause scatenanti il dolore
Terapie per il controllo/prevenzione dei problemi collaterali causati dalla dai farmaci (gastriti, vomito, stipsi, mucositi, insonnia, letargia, micosi, reazioni allergiche, etc.)
Terapie, counseling e supporto per tutti i problemi psicologici e pratici che il paziente e i suoi cari devono affrontare
........................

Nei siti che seguono, si trovano molti utili spunti (sia per un medico che per un profano) per la cura del dolore dovuto alle seguenti cause (le più comuni):

cefalee
emicranie
torcicollo
lombalgia (mal di schiena)
ischemie
traumi, lesioni e problemi post-operatorii
parto
sindromi miofasciali
anemia falciforme
tumori
herpes zooster

Troverete anche un manuale piuttosto semplice per medici/farmacisti sulla terapia farmacologica e, un elenco dei centri italiani per lo studio e cura del dolore.

http://www.progettosalute.it/pubblic...l%20dolore.htm
http://www.ideasalute.net/medicinaclinica.htm
http://www.iapsar.org/
http://www.salus.it/analgesia.html

Odisseo
p.s. vi rammento che non sono un medico e che è buona norma consultare un medico prima di provare rimedi o terapie reperite in rete
odisseo non è connesso  
Vecchio 06-04-2005, 11.30.22   #2
seleparina
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In quanto al dolore mi piacerebbe dire la mia, a conferma di quanto scritto da Odisseo a proposito delle reazioni psicologiche: molte volte, quando il fisico risente di postumi traumatici che provocano dolore fisico, quest'ultimo non sempre è frutto (soltanto) dei postumi traumatico-fisici, ma spesso le reazioni dolorose sono generate dalla nostra stessa mente come reazione-ricordo, ma in realtà quel dolore non è fisico e provocato da fattori esterni.
Faccio un esempio banale: se mi sono rotta un braccio, ipotizziamo a metà ulna, ogni qualvolta un oggetto e/o persona entrano in un raggio di azione prossimo a quel braccio, automaticamente il cervello si predispone per sentire il dolore nel caso in cui avvenga un contatto fisico. E lo sentiremo sul serio, anche se il contatto è lieve!
Questo per dire quanto sia importante riacquistare fiducia in quel braccio e convincersi che non è perennemente malato e soggetto più dell'altro braccio a chissà quale trauma, è solo il nostro cervello (parlo di guarigioni nella norma, è ovvio che ci sono dei casi particolari di guarigione malriuscita che aggravano la situazione piuttosto che risolverla) a generare la reazione perchè, naturalmente, permane nei nostri ricordi il trauma del dolore passato a causa della frattura. E' una difesa, in pratica.
Un altro errore è lasciare quel braccio inattivo optando per il braccio "sano" ogni qualvolta ci sia da svolgere qualche attività che necessita l'utilizzo di quel braccio. Così facendo lo stato dell'arto peggiorerà sempre di più e da lì aumenteranno le conseguenze postume rendendo naturale poi la considerazione che il braccio "non sia capace".
E' importante prendere coscienza di questa cosa per non adagiarsi sull'autocommiserazione spesso involontaria ma a noi stessi sconosciuta... i danni che può provocare l'autocommiserazione sono di gran lunga peggiori dei danni fisici, in quanto quest'ultima, se non riconosciuta, si annida fino a radicarsi e mandarla via sarà assai difficile.
Provare per credere!
Provate a chiedervi, quando sentite dolore nel punto incriminato, se quel dolore è genuino o solo generato. Un modo che io ho trovato efficace è quello di effettuare delle pressioni volontarie sulla parte per testarne "obiettivamente" la resistenza al dolore...le prime volte sembra che quel braccio si stia spezzando nuovamente, ma a lungo andare serve per dimenticarsi di esso e riprendersi la propria vita mettendo da parte un evento che visto dal di fuori (se riusciamo a vederlo così) non è poi così tragico come sembra
seleparina non è connesso  
Vecchio 07-04-2005, 10.24.19   #3
Ladymind
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Tanto per aggiungere un pò di carne al fuoco....
Anni fà ho dovuto tenere il braccio destro immobilizzato per una quindicina (solo 15) di giorni.
Un ragazzo in palestra, non si era controllato durante una leva e, scklok...., niente di rotto ma stiramenti e sublussazioni si sprecarono (maledetti principianti.....).
Dopo soli 15 giorni di immobilità (il classico braccio appeso al collo) ho perso massa muscolare in maniera notevole ed ero diventato ipersensibile.
Poi, nel giro di un mesetto le cose si sono sistemate, però i primi giorni sono stati cavoli....
Un simpatico esercizietto per la presa e le articolazioni delle mani:
-prendere un foglio di giornale
- distenderlo su un piano liscio (la superficie di un tavolo và benissimo)
- appoggiare la mano da esercitare in mezzo al foglio
- senza staccare la mano dal tavolo appallottolare il foglio
- buttare la pallina di carta e ripetere il tutto
Normalmente il primo foglio è facile, il secondo un pò meno, dal terzo in poi cominciano i guai.

Odisseo
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Vecchio 07-04-2005, 12.31.12   #4
odisseo
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Che stress.....
Mi sono ribrasato i cookies utili.
Scusate, il visitatore precedente ero io.

Odisseo
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