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Vecchio 02-06-2011, 21.36.27   #26
Astral
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Comunque il topic era centrato sull'avere paura della felicità e crearsi delle sofferenze apposta: va bene parlare della felicità, ma poi andiamo un po' OT.
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Vecchio 02-06-2011, 21.50.26   #27
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Non posso condividere che felicità, beatitudine, pace siano sinonimi. Se lo fossero allora potrei "provarti" che la felicità può essere permanente perchè io sono sempre in pace, almeno con me stesso. Invece no... non sono sempre al massimo grado di felicità.
Il paradiso non è felicità (anche se qualche catechismo moderno ha manipolato un pò la faccenda), è pace e beatitudine ma neanche per tutti allo stesso livello visto che ci sono i beati e i non beati.
Se prendiamo un'altra qualsiasi religione le cose non cambiano.
Se giochiamo con le parole e i concetti (spesso personalizzati) possiamo continuare all'infinito.
Al di là delle singole parole, credo che si capisca bene cosa intendevo dire per "meta " spirituale...
E' vero, non sono sinonimi dal punto di vista linguistico letterario, ma il senso ultimo è sempre lo stesso.
Se tu sei in pace con te stesso, così come lo sono io, questa è un'altra cosa.
Nella vera pace non utilizzeresti l'avverbio "almeno"...
Ma mi piacerebbe sapere secondo te cosa prometterebbero allora le religioni....ma saremmo O.T.
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Vecchio 02-06-2011, 21.54.48   #28
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Comunque il topic era centrato sull'avere paura della felicità e crearsi delle sofferenze apposta: va bene parlare della felicità, ma poi andiamo un po' OT.
Hai ragione, ma per parlare di una paura devi prima definire cosa sia l'oggetto della paura, ovvero cosa sia la felicità.
Abbiamo visto che ci sono diverse interpretazioni di felicità....
Per me non esiste una vera paura della felicità, semmai è una paura camuffata della sofferenza.
La sofferenza che ci aspetta al termine di una felicità che sappiamo essere transitoria.
Per questo il massimo anelito è la felicità assoluta ed eterna.
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Vecchio 02-06-2011, 22.12.26   #29
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Ci sono due variabili in gioco.
La qualità che dici, che definirei meglio consapevolezza di come si soffre.
La diluizione o assunzione più pura che incide nel tempo e velocità, una cosa come quella del cerotto: lo stacchi di colpo o piano piano un pezzetto per volta?
Il rapporto tra queste due variabili determina i tipi di sofferenza che attiriamo e come movimentiamo il nostro conto del dare e avere.
Nella mia vita ho provato diverse volte moti di felicità anche intensa, a volte incontenibile, poi arrivava la sofferenza.
La mia natura orgogliosa mi porta tendenzialmente a rifiutare la sofferenza come una non ammissione di responsabilità nell'aver causato dolore verso me stessa o verso altri, eppure l'unica strada che ho avuto per superare l'orgoglio è stato vivere il dolore fino in fondo, fin dove arrivava la punta del coltello conficcato dentro i punti nevralgici.
La forza per affrontare il dolore credo di averla presa proprio dall'aver vissuto quei momenti di felicità.
Prima la carica di energia poi la forza per affrontare la discesa. Sapere che esiste il bene da forza per affrontare il male.

Io credo che per avere consapevolezza del soffrire occorre almeno inizialmente staccare il cerotto un pezzetto alla volta, questo per avere la piena percezione del dolore in tutte le sue parti, con varie sfumature di sofferenza. Sembra una condizione masochistica eppure io attraverso lo stacco lento ho potuto vivere la sofferenza in profondità e averne un ritorno di crescita, di consapevolezza.
E' pur vero che questo mi ha creato un rallentamento nel passato in quanto ho protratto oltre il dovuto fino allo stillicidio, quasi a dover restituire la felicità che ho preso per non esasperare l'altro, saziare il desiderio di vendetta dell'altro, annullare debiti futuri pagando pure gli interessi.
C'è stato un periodo in cui avevo paura della felicità se poi dovevo soffrire, preferivo rinunciare alla felicità per non soffrire, ma mi sono accorta che non vivevo, vegetavo soltanto, indebolendo il corpo e lo spirito.
Rifiutare un opposto fa rifiutare anche l'altro, è non vivere soffrendo lo stesso inutilmente.

Forse quando si ha consapevolezza del dolore si può staccare il cerotto velocemente.
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Vecchio 03-06-2011, 10.35.36   #30
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Se giochiamo con le parole e i concetti (spesso personalizzati) possiamo continuare all'infinito.
Al di là delle singole parole, credo che si capisca bene cosa intendevo dire per "meta " spirituale...
E' vero, non sono sinonimi dal punto di vista linguistico letterario, ma il senso ultimo è sempre lo stesso.
Se tu sei in pace con te stesso, così come lo sono io, questa è un'altra cosa.
Nella vera pace non utilizzeresti l'avverbio "almeno"...
Ma mi piacerebbe sapere secondo te cosa prometterebbero allora le religioni....ma saremmo O.T.
Non ho giocato con le parole e sto usando concetti oggettivi. Accumunare il senso di parole diverse, per quanto vicine, appiattisce la realtà in maniera se non nichilista molto vicina.
Prendiamo solo pace e felicità e lasciamo per ora beatitudine.
Io posso essere in pace con me stesso ma se il mondo (l'altro) non è in pace con me non posso essere in una pace totale. Al contrario posso essere felice a prescindere ad qualsiasi avversità (magari qualcuno può prendermi per pazzo, ma posso).
Questo potrebbe aprire la mente al concetto di paradiso, cioè un ambiente in cui tra le altre cose è possibile la pace totale. Un concetto che più che un luogo da raggiungere è una comprensione di una dinamica.
Un altro modo per comprendere le differenze tra le due parole e vederle dal punto di vista dell'essere e dell'avere.
Qualcuno può darmi la pace ma non può rendermi un essere pacifico, in pace. Viceversa qualcuno può rendermi (per quanto in maniera effimera e non duratura) felice, ma non darmi la felicità.
Mi fermo, tanto se bastano questi due accenni bastano, se no non serve neanche un trattato.

Sulle promesse delle religioni, se così vogliamo chiamarle, metto un appunto sulla lista dei thread da aprire
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Vecchio 03-06-2011, 18.18.01   #31
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Non ho giocato con le parole e sto usando concetti oggettivi. Accumunare il senso di parole diverse, per quanto vicine, appiattisce la realtà in maniera se non nichilista molto vicina.
Prendiamo solo pace e felicità e lasciamo per ora beatitudine.
Io posso essere in pace con me stesso ma se il mondo (l'altro) non è in pace con me non posso essere in una pace totale. Al contrario posso essere felice a prescindere ad qualsiasi avversità (magari qualcuno può prendermi per pazzo, ma posso).
Questo potrebbe aprire la mente al concetto di paradiso, cioè un ambiente in cui tra le altre cose è possibile la pace totale. Un concetto che più che un luogo da raggiungere è una comprensione di una dinamica.
Un altro modo per comprendere le differenze tra le due parole e vederle dal punto di vista dell'essere e dell'avere.
Qualcuno può darmi la pace ma non può rendermi un essere pacifico, in pace. Viceversa qualcuno può rendermi (per quanto in maniera effimera e non duratura) felice, ma non darmi la felicità.
Mi fermo, tanto se bastano questi due accenni bastano, se no non serve neanche un trattato.

Sulle promesse delle religioni, se così vogliamo chiamarle, metto un appunto sulla lista dei thread da aprire

Ecco ! è proprio questo che io intendo per giocare con le parole, un esercizio di retorica basato sul significato letterario dei termini.
La mente non riesce ad esprimere concetti che non gli siano già noti e per questo riconduce tutto secondo i termini che già conosce e che appartengono al passato.
Tu usi la parola pace riconducendola a quello che tu conosci della parole pace, la pace tua, la pace del mondo, la pace dell'essere e la pace dell'avere.
Ma se devi parlare della pace assoluta, quella che appartiene ad un mondo divino che non conosci allora cominciano i problemi e non ti resta che giocare con le parole.
Io mi riferisco ad uno stato che non si può descrivere a parole, ma che si può solo immaginare come un insieme di tutte le qualità che conosciamo (pace, beatitudine, estasi, felicità, ....)e molto di più.
Una pace dove non esiste nessun conflitto, neanche di termini.
E' questa cosa che noi identifichiamo come meta spirituale e che nella nostra limitatezza umana chiamiamo ora felicità ora pace, ora altro, e a cui noi (anche inconsciamente) aneliamo.
Molti la cercano meditando, altri pregando, altri credono di guadagnarsela in un'altra vita.
Ma qui andiamo veramente fuori tema.

Io ribadisco che la paura della felicità non esiste, ma esiste solo la paura del dopo, della sofferenza, consapevoli che è impossibile rimanere in uno stato di felicità continuo.
La cura sta nella stessa causa, basta essere consapevoli che pure la sofferenza non è permanente e che questa alternanza fa parte del movimento della vita.
Ormai però il nostro pensiero è viziato, ci hanno raccontato che è possibile essere felici e indipendenti dagli accadimenti e noi non ci rassegnamo di trovare un modo. Ma un modo non c'è e i risultati si vedono.
Ma questa è solo una mia "opinione".

Ultima modifica di Telemaco : 03-06-2011 alle ore 18.20.30.
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Vecchio 03-06-2011, 19.13.00   #32
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Temo che non è stato chiaro ciò che intendevo con l'apertura di questo topic. Paura della felicità, paura della realizzazione, dovuta alla paura per esempio di meritare troppo o non essere degni, e quindi spinte un po' masochiste anche a cercare la sofferenza, oppure crearsi o affrontare problemi che in realtà sono meno consistenti di quanto si parla.

La paura del successo e della felicità esiste almeno quanto la paura della morte e della sofferenza. Perchè magari sappiamo che è troppo bello quel momento e che dura troppo poco, quindi ne preferiamo rinunciare.

Un atteggiamento nichilista ma che rende l'esempio poteva essere questo: non voler farsi una famiglia, affezionarsi a nulla o a nessuno perchè tutti prima o poi dobbiamo morire, e questo porterebbe sofferenza dopo una grande felicità, di conseguenza cerco di non essere troppo felice.
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Vecchio 03-06-2011, 20.32.05   #33
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La cura sta nella stessa causa, basta essere consapevoli che pure la sofferenza non è permanente e che questa alternanza fa parte del movimento della vita.
Ormai però il nostro pensiero è viziato, ci hanno raccontato che è possibile essere felici e indipendenti dagli accadimenti e noi non ci rassegnamo di trovare un modo. Ma un modo non c'è e i risultati si vedono.
Ma questa è solo una mia "opinione".

Essere sempre totalmente felici indipendentemente dagli accadimenti non credo sia pensabile, almeno a livelli evolutivi medi , poi casi estremi o comunque più in là nel percorso potrebbero cambiare le cose ma per ora non me ne preoccupo più di tanto essendo ben lontano dal raggiungerli.

Credo che sia possibile riuscire ad essere meno soggetti al "caso" non adare su e giù come uno yo yo senza avere nessuna voce in capitolo, anche perchè poi non è detto che per forza ci debba essere questo movimento alterno a fasi contrapposte e dello stesso tenore, del tipo sono andato su 10 ora mi tocca scendere di 10 e così via, che già sarebbe accettabile come cosa.
A volte funziona in modo diverso, magari c'è chi va su 30 poi scende 5 e risale 20 e chi va giù 50, sta fermo lì poi riscende 10 risale uno e ricrolla di 100.
Un minimo di stabilità maggiore si può raggiungere lavorando su se stessi, si può essere più resistenti e più stabili e preparati nei momenti negativi e più in grado di assaporare appieno i momenti favorevoli.
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Vecchio 04-06-2011, 09.32.38   #34
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La paura del successo e della felicità esiste almeno quanto la paura della morte e della sofferenza. Perchè magari sappiamo che è troppo bello quel momento e che dura troppo poco, quindi ne preferiamo rinunciare.
Un atteggiamento nichilista ma che rende l'esempio poteva essere questo: non voler farsi una famiglia, affezionarsi a nulla o a nessuno perchè tutti prima o poi dobbiamo morire, e questo porterebbe sofferenza dopo una grande felicità, di conseguenza cerco di non essere troppo felice.
Se non l'abbiamo mai provato come facciamo a sapere che è troppo bello? Che è una grande felicità?
Se l'abbiamo provato e sappiamo che è troppo bello veramente il nostro essere richercherà ancora quel momento anche se la mente si ribella. A meno che non ci sia stato un trauma associato a quel momento di felicità. A es. sono stato troppo felice ma poi ho avuto un incidente stradale che mi ha causato sofferenza così associo l'incidente a quella felicità.
Ma cercherai un'altra condizione di felicità anche se non sei consapevole.

Nella visione nichilista o masochista c'è un sottile piacere, godimento in quella condizione di sofferenza che annulla la sofferenza stessa. Il masochista gode della sofferenza quindi non è vera sofferenza. La loro felicità sta nell'infelicità.
Nessuno può fare a meno di sentirsi felice tra una sofferenza e l'altra altrimenti a monte ci stanno problemi psichici, gravi depressioni, turbe suicide, ma vuoi parlare di questo? Di disturbi mentali?
Oppure vuoi riferirti alla vita mediocre di chi non sa vivere, crearsi i propri momenti di benessere e si crogiola nella rinuncia, nella sventura tirando energia a chi gli sta intorno.
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Vecchio 04-06-2011, 11.33.25   #35
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Grazie Diamantea,
senza andare nei casi clinici, volevo parlare essenzialmente di quanto spesso pensiamo di non meritare felicità o abbiamo poca speranza nella vita, o ci sentiamo indegni, e di conseguenza c'è quel sentimento di incredulità quando le cose vanno tutte bene.

La discussione però ha fornito buoni spunti, è giusto capire cosa significa essere felici e cosa no, e che cos'è la sofferenza.
In ogni caso uno può avere TUTTO dalla vita e non essere ugualmente felice, che gli manca?
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Vecchio 04-06-2011, 11.56.23   #36
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Ecco ! è proprio questo che io intendo per giocare con le parole, un esercizio di retorica basato sul significato letterario dei termini.
La mente non riesce ad esprimere concetti che non gli siano già noti e per questo riconduce tutto secondo i termini che già conosce e che appartengono al passato.
Tu usi la parola pace riconducendola a quello che tu conosci della parole pace, la pace tua, la pace del mondo, la pace dell'essere e la pace dell'avere.
Ma se devi parlare della pace assoluta, quella che appartiene ad un mondo divino che non conosci allora cominciano i problemi e non ti resta che giocare con le parole.
Io mi riferisco ad uno stato che non si può descrivere a parole, ma che si può solo immaginare come un insieme di tutte le qualità che conosciamo (pace, beatitudine, estasi, felicità, ....)e molto di più.
Una pace dove non esiste nessun conflitto, neanche di termini.
E' questa cosa che noi identifichiamo come meta spirituale e che nella nostra limitatezza umana chiamiamo ora felicità ora pace, ora altro, e a cui noi (anche inconsciamente) aneliamo.
Molti la cercano meditando, altri pregando, altri credono di guadagnarsela in un'altra vita.
Ma qui andiamo veramente fuori tema.

Io ribadisco che la paura della felicità non esiste, ma esiste solo la paura del dopo, della sofferenza, consapevoli che è impossibile rimanere in uno stato di felicità continuo.
La cura sta nella stessa causa, basta essere consapevoli che pure la sofferenza non è permanente e che questa alternanza fa parte del movimento della vita.
Ormai però il nostro pensiero è viziato, ci hanno raccontato che è possibile essere felici e indipendenti dagli accadimenti e noi non ci rassegnamo di trovare un modo. Ma un modo non c'è e i risultati si vedono.
Ma questa è solo una mia "opinione".
Che ti devo dire Telemaco? Alla fine gira gira con te torniamo sempre li.
Ammesso che le cose stiano come dici tu, cioè che la mia mente non conosce il concetto, io comunque uso tutti i concetti che ogni mente può conoscere (concetti oggettivi) mentre tu ti limiti a negarli riconducendo il tutto a ciò che tu hai deciso essere giusto, vero, reale.
Sull'alternanza etc.... stiamo dicendo più o meno le stesse cose, dove non concordiamo è sulla differenza di quello che la massa pensa sulle religioni e quello che queste propongono realmente. Ok, non importa poi molto ai fini del discorso ma se vuoi puoi vedere che stai facendo proprio quello che sopra denunci, ti accontenti di un pensiero viziato culturalmente e socialmente.

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Temo che non è stato chiaro ciò che intendevo con l'apertura di questo topic. Paura della felicità, paura della realizzazione, dovuta alla paura per esempio di meritare troppo o non essere degni, e quindi spinte un po' masochiste anche a cercare la sofferenza, oppure crearsi o affrontare problemi che in realtà sono meno consistenti di quanto si parla.

La paura del successo e della felicità esiste almeno quanto la paura della morte e della sofferenza. Perchè magari sappiamo che è troppo bello quel momento e che dura troppo poco, quindi ne preferiamo rinunciare.

Un atteggiamento nichilista ma che rende l'esempio poteva essere questo: non voler farsi una famiglia, affezionarsi a nulla o a nessuno perchè tutti prima o poi dobbiamo morire, e questo porterebbe sofferenza dopo una grande felicità, di conseguenza cerco di non essere troppo felice.
Concordo con Tea, se non sappiamo prima come sarà un certo momento non possiamo aver paura della durata o che altro....
Invece si ribalta il problema, sappiamo esattamente come è la situazione in cui ci troviamo anche quando questa è sofferenza. Sappiamo di poterla sopportare e non sappiamo invece cosa troveremo se lasciamo questa situazione per andare verso la felicità. Sappiamo che dobbiamo lasciare il certo (pure se non è bello e/o il massimo aspirabile) per l'incerto ed in questo il tutto è riconducibile alla morte e al fondo di ignoto.

Quello che dice Telemaco seppur valido in molti casi, cioè dopo aver già fatto determinate esperienze, non spiega perchè capita chi non si lascia andare alla felicità in casi che non ha mai sperimentato, dove non sa neanche che andrebbe verso la felicità se non si frenasse.
Per capirci, uno che ha già amato ed è rimasto scottato potrebbe poi rimanere condizionato da questa cosa, ma chi non ha mai/ancora amato da cosa è frenato? Non sa neanche che potrebbe arrivare alla felicità e poi essere costretto a tornare indietro....


Le domande che facevo sopra
"Si può dare e ricevere la felicità?
Che differenza c'è tra la felicità dell'essere e quella dell'avere, se per voi c'è?"
hanno un senso preciso per esplorare la dinamica.
Se qualcuno può darci la felicità allora il "problema" del thread si sposta. Non evitiamo le situazioni, ma evitiamo le persone.
Se invece nessuno può darci veramente la felicità allora dobbiamo assumerci la responsabilità in pieno... cosa che spesso invece si evita: "non sono felice per colpa di..."
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Vecchio 04-06-2011, 13.18.43   #37
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Personalmente non credo che si possa dare o si possa poter ricevere la felicità per mano di un'altra persona.
Alcune persone ossono influenzarci di più o di meno, creare ostacoli o dare aiuti, ma da sole non sono ingrado, a mio avviso, di fare tutto il lavoro.
Vedo la felicità come un mix dipendente da vari elementi, persone, avvenimenti e ovviamente noi, il tutto variabile come percentuale di importanza, il chè dovrebbe spingerci a cercare di aumentare la percentuale che dipende da noi e far diminuire le altre, poi non so se si possa arrivare ad azzerarle del tutto, forse solo in casi estremi di totale realizzazione, quando magari si arriva ad un concetto di felicità totalmente incentrato sull'essere.

La paura me la spiegerei, almeno inaprte, proprio perchè sappiamo, più o meno consapevolmente, che non tutto dipende da noi, che siamo troppo in balia degli eventi e quindi anche una situazione felice, specie se capita raramente o è di un tipo mai capitato, ci disorienta, non sappiamo raffigurarcela o vsualizzarla, è come se ci dovessimo immaginare su Marte o su Giove.
Magari nella sofferenza un minimo ci si conosce , sappiamo come reagiremo, almeno grossomodo, è un territorio per alcuni più noto.

Nella felicità si è più nudi , nel senso che tanti ammortizzatori che abbiamo creato non servono, ed allora forse si fanno, inconsciamente domande (o paranoie) del tipo "e se poi non so che fare?se mi mancano le coordinate? e se mi brucio questa occasione e non me ne capitassero più, magari quello era il "top" ed ora è passato senza averlo sapuo vivere appieno?
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Vecchio 04-06-2011, 14.05.54   #38
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Ammesso che le cose stiano come dici tu, cioè che la mia mente non conosce il concetto, io comunque uso tutti i concetti che ogni mente può conoscere (concetti oggettivi) mentre tu ti limiti a negarli riconducendo il tutto a ciò che tu hai deciso essere giusto, vero, reale.
Tutti usiamo concetti che già conosciamo e a questi riconduciamo tutto.
Il vero limite è restare vincolati a questa presunta oggettività, che in realtà è una soggettività fondata sul "proprio" conosciuto.
Io non nego niente, semmai aggiungo....
Non ho mai affermato che ciò che esprimo sia la "verità", ma esprimo un'opinione andando, con l'immaginazione, oltre a ciò che tu ritieni oggettivo.
Ciò che ho descritto sulla meta spirituale l'ho lasciata volutamente indefinita proprio perchè descrivendola in modo oggettivo avrei potuto usare solo concetti soggettivi...e la verità non è mai soggettiva

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Ok, non importa poi molto ai fini del discorso ma se vuoi puoi vedere che stai facendo proprio quello che sopra denunci, ti accontenti di un pensiero viziato culturalmente e socialmente.
Cosa è accontentarsi ? Ho fatto un'osservazione su come mi appare il pensiero dell'umanità di cui anch'io faccio parte...
Non esiste un pensiero, mio, tuo o di chichessia...
Per me non esiste una distinzione tra pensatore e pensato , per questo parliamo parliamo , ma non concludiamo mai niente....
E ci facciamo le stesse domande di 10.000 anni fa....

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Quello che dice Telemaco seppur valido in molti casi, cioè dopo aver già fatto determinate esperienze, non spiega perchè capita chi non si lascia andare alla felicità in casi che non ha mai sperimentato, dove non sa neanche che andrebbe verso la felicità se non si frenasse.
Ma chi è che non si lascia mai andare alla felicità ?
Come possiamo dirlo ?
Noi proiettiamo solo le nostre esperienze, il nostro vissuto, il nostro passato.
Giudichiamo dal nostro interno... ciò che appare all'esterno... che riguarda l'interno altrui...
Tutti hanno provato e provano momenti di felicità, fa parte della natura umana.
L'unica paura è quella di soffrire dopo che passa la felicità...
Così molti preferiscono vivere nell'appiattimento generale, piuttosto che salire per poi dover scendere.
Aspettando magari di incassare la felicità eterna in un'altra vita...
Non è la paura di salire che ci blocca , ma quella di scendere...e noi sappiamo sulla nostra pelle che non esiste la continuità...

Aggiungo che ognuno fa le sue scelte in base a ciò che è ...ed è credere di poter cambiare ciò che si è il vero problema umano che porta all'insoddisfazione.
Non possiamo più fare a meno di pensarlo...è quello che ci hanno sempre promesso con lauta ricompensa finale di un percorso che si chiama ..evoluzione.
Mah !

ma questa non è verità..è solo una mia opinione....
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Vecchio 05-06-2011, 10.03.07   #39
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Personalmente non credo che si possa dare o si possa poter ricevere la felicità per mano di un'altra persona.
Alcune persone ossono influenzarci di più o di meno, creare ostacoli o dare aiuti, ma da sole non sono ingrado, a mio avviso, di fare tutto il lavoro.
Vedo la felicità come un mix dipendente da vari elementi, persone, avvenimenti e ovviamente noi, il tutto variabile come percentuale di importanza, il chè dovrebbe spingerci a cercare di aumentare la percentuale che dipende da noi e far diminuire le altre, poi non so se si possa arrivare ad azzerarle del tutto, forse solo in casi estremi di totale realizzazione, quando magari si arriva ad un concetto di felicità totalmente incentrato sull'essere.
In pratica se volessimo sintetizzare, la felicità è il raggiungimento di una quantità di una serie di cose a noi piacevoli o la mancanza di una quantità di cose a noi spiacevoli... o meglio ancora il giusto rapporto tra le due.
Se riconoscete una validità alla definizione questo apre una considerazione: non possiamo controllare direttamente la felicità nostra o altrui, ma possiamo provare a lavorarci sia positivamente che negativamente.
Questo vuol dire che in qualche modo rifiutiamo la felicità, come nell'ipotesi che fa scaturire il thread, dobbiamo darci da fare parecchio per selezionare ed eliminare tutte la cause di felicità e lasciar passare quelle di infelicità.
In sostanza e definitiva ne abbiamo un controllo ridotto e per cercare di variare la condizione è necessario l'uso di una forte volontà ed impegno.....

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Tutti usiamo concetti che già conosciamo e a questi riconduciamo tutto.
Il vero limite è restare vincolati a questa presunta oggettività, che in realtà è una soggettività fondata sul "proprio" conosciuto.
Io non nego niente, semmai aggiungo....
Non ho mai affermato che ciò che esprimo sia la "verità", ma esprimo un'opinione andando, con l'immaginazione, oltre a ciò che tu ritieni oggettivo.
Ciò che ho descritto sulla meta spirituale l'ho lasciata volutamente indefinita proprio perchè descrivendola in modo oggettivo avrei potuto usare solo concetti soggettivi...e la verità non è mai soggettiva
Caspita, quello che dico io è soggettivo anche se mi baso su qualcosa che chiunque può conoscere, invece quello che dici tu sebbene limiti e confini quello che ho detto io è basato su qualcosa che va con l'immaginazione oltre....
Beh che dire... si commenta da se.
Citazione:
Ma chi è che non si lascia mai andare alla felicità ?
Come possiamo dirlo ?
Non lo so a meno che non ti psicanalizzo, perchè il "mai" lo hai aggiunto tu.
Citazione:
Noi proiettiamo solo le nostre esperienze, il nostro vissuto, il nostro passato.
Giudichiamo dal nostro interno... ciò che appare all'esterno... che riguarda l'interno altrui...
Citazione:
Prima mi dici che non esiste un pensiero tuo o mio o di chiunque, adesso invece che qualcuno ha un interno diverso.... uhum...
Tutti hanno provato e provano momenti di felicità, fa parte della natura umana.
L'unica paura è quella di soffrire dopo che passa la felicità...
Così molti preferiscono vivere nell'appiattimento generale, piuttosto che salire per poi dover scendere.
Aspettando magari di incassare la felicità eterna in un'altra vita...
Non è la paura di salire che ci blocca , ma quella di scendere...e noi sappiamo sulla nostra pelle che non esiste la continuità...
C'è anche chi non è mai salito, come fa a sapere che poi riscenderà?
Citazione:

Aggiungo che ognuno fa le sue scelte in base a ciò che è ...ed è credere di poter cambiare ciò che si è il vero problema umano che porta all'insoddisfazione.
Non possiamo più fare a meno di pensarlo...è quello che ci hanno sempre promesso con lauta ricompensa finale di un percorso che si chiama ..evoluzione.
Mah !

ma questa non è verità..è solo una mia opinione....
Si è vero, vedi che su qualcosa siamo d'accordo?
Non si può cambiare ciò che si è, si può solo cambiare ciò che si fa e si manifesta.
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Vecchio 05-06-2011, 11.40.24   #40
diamantea
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Si può dare e ricevere la felicità?
Che differenza c'è tra la felicità dell'essere e quella dell'avere, se per voi c'è?
Ci ho riflettuto parecchio su queste domande che sembrano facili.

Io credo che la felicità si può sia dare che ricevere. Ci sono le azioni legate a persone o situazioni esterne che provocano uno stato di felicità anche circoscritto, momentaneo ma pur sempre di felicità.
Mi capita di dire "mi hai resa felice" oppure sentirmi dire "mi hai reso/a felice", oppure ancora "mi hai ragalato un momento di felicità". Ci sono delle azioni che compiute portano felicità o stimolano la felicità nell'altro che aspetta quell'azione per sentirsi felice.
Per quel che mi riguarda sicuramente da uno stato di infelicità ne esco principalmente con l'aiuto esterno, può essere anche vedere giocare il mio cane felice in giardino che mi mette di buon umore.

Poi vi è lo stato dell'Essere felice. Mi capita di svegliarmi la mattina e sentire il cuore già colmo senza che siano accadute azioni esterne che lo provocano, almeno di cui non ne sono cosciente. Qualunque cosa accada, in un tempo in genere limitato a un giorno, la mattina successiva è già passato, io resto felice qualunque cosa accada. Quel giorno tutto sembra fatto per mantenere la mia felicità.
Immagino che si tratti di una vibrazione energetica con cui entro a contatto per chissà quale motivo.
Sento che qualcosa scappa da dentro di me, può essere la voce, il sorriso, uno slancio energetico, come qualcosa che non si può trattenere.

Poi è vero il contrario, svegliarmi la mattina infelice, però durante il giorno la clessidra può girare più facilmente se mi distraggo, se accadono fattori esterni capaci di darmi un pò di felicità.
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Vecchio 05-06-2011, 20.53.39   #41
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Ci ho riflettuto parecchio su queste domande che sembrano facili.

Io credo che la felicità si può sia dare che ricevere. Ci sono le azioni legate a persone o situazioni esterne che provocano uno stato di felicità anche circoscritto, momentaneo ma pur sempre di felicità.
Mi capita di dire "mi hai resa felice" oppure sentirmi dire "mi hai reso/a felice", oppure ancora "mi hai ragalato un momento di felicità". Ci sono delle azioni che compiute portano felicità o stimolano la felicità nell'altro che aspetta quell'azione per sentirsi felice.
Lo so che sembra una precisazione inutile o giocare con le parole... però hai usato "mi rendi" e "regalato un momento di".
Non hai scritto mi hai dato la felicità. Ovvero, in italiano si può anche usare, ma nessuno può darti direttamente la felicità. Potrà fare qualcosa che ti rende felice, potrà eliminare ciò che ti rende infelice, ma non darti la felicità direttamente.

Alla fin fine... la felicità è quando amiamo qualcosa che in qualche modo possiamo toccare (anche platonicamente) e siamo al picco sopportabile dell'eccitazione emotiva . Uno/a può essere amabile ma se non l'amiamo....
Se anche qualcuno ci ama, ma non riesce a provocarci altrettanto nei suoi confronti non ci rende felici, al massimo ci da una sensazione di benessere. Se invece riesce a provocare l'amore in noi... allora ci rende e no non ci da.
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Vecchio 05-06-2011, 21.28.03   #42
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Caspita, quello che dico io è soggettivo anche se mi baso su qualcosa che chiunque può conoscere, invece quello che dici tu sebbene limiti e confini quello che ho detto io è basato su qualcosa che va con l'immaginazione oltre....
Beh che dire... si commenta da se.
Per me non c’è nulla da commentare, ma evidentemente non hai capito cosa volevo dire.
Tutti siamo soggettivi nell’esprimerci, io come te. Ma tu volevi ricondurre a concetti che definisci oggettivi ciò che né io né te conosciamo, basandoti sulle tue conoscenze soggettive, io invitavo ad andare oltre le parole per non incorrere nel medesimo errore.
Abbiamo un diverso concetto di limitativo….


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Non lo so a meno che non ti psicanalizzo, perchè il "mai" lo hai aggiunto tu.
Certo che l’ho aggiunto io, ho forse detto il contrario ?
Ma mentre tu ti fissi su un’allusione, ti sei forse perso quello che stavo cercando di esprimere con un diverso punto di vista. Non sono d’accordo sul tuo ragionamento, “che uno che non ha mai amato non saprebbe di poter arrivare alla felicità per poi essere costretto a tornare indietro....”
Io invece dico, se uno non ha mai volato, è vero che non sa cosa si perde, ma se decide di non volare non è per il volare in sé, di cui non conosce la bellezza, ma per la paura di cadere.
Chi mai non vorrebbe lasciarsi andare alla felicità di volare se non ci fosse la paura di cadere ?
Così è per la felicità, nessuno teme la felicità in sé stessa, esiste solo la paura di soffrire.
Tutte le altre paure sono solo derivazioni di questa.

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Prima mi dici che non esiste un pensiero tuo o mio o di chiunque, adesso invece che qualcuno ha un interno diverso.... uhum...
Si vede che non hai compreso la metafora….
Siamo nel teatrino delle individualità no ? dobbiamo restare nel gioco se vogliamo comunicare ….
Ma il pensiero di ognuno fa parte dello stesso “pensare” e dello stesso “conosciuto”



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C'è anche chi non è mai salito, come fa a sapere che poi riscenderà?
Osservando gli altri, osservando la vita, ascoltando il proprio istinto….


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Si è vero, vedi che su qualcosa siamo d'accordo?
Non si può cambiare ciò che si è, si può solo cambiare ciò che si fa e si manifesta.
Macchè d’accordo… tu pensi di poter cambiare le cose a prescindere da quello che sei (vedi libero arbitrio).
Per me puoi cambiare le cose solo in funzione di ciò che sei , che in realtà equivale a non poter cambiare nulla.
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Vecchio 05-06-2011, 21.32.34   #43
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Dunque la felicità è connessa all'amore, alla capacità di amare?
Il sentirsi felici coincide con il sentirsi in amore?
Non si può dare felicità così come non si può dare amore?
Quindi inseguire la felicità vuol dire inseguire l'amore.
Se non si ama non si può essere felici.
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Vecchio 05-06-2011, 21.49.15   #44
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Che differenza c'è tra la felicità dell'essere e quella dell'avere, se per voi c'è?"
La differenza è che la felicità dell'essere la si raggiunge togliendo mentre quella dell'avere la si ottiene aggiungendo.

Questo per definirla con la risposta intuitiva, quella che viene di getto per intenderci.

Per chiarire dico che la felicità dell'essere la si raggiunge in uno stato di assoluto equilibrio tra l'interiore ed il mondo che ci circonda. Togliendo le zavorre, i pensieri, le tensioni fisiche ed emotive sino a raggiungere uno stato privo di ogni elemento aggiunto. Raggiungere la felicità dell'essere attraverso il privarsi delle zavorre per scoprire l'amore dentro di noi.
La felicità dell'essere si raggiunge nel momento che ci si basta.

La felicità dell'avere è fittizia, è la ricerca della felicità illusoria. Avere sempre qualcosa in più che ci sposta verso l'oggetto del desiderio, la felicità dell'avere è mentale, è una falsa felicità dell'ego. La macchina nuova, la nuova conquista, il potere, il prestigio, il comando, la lusinga. Tutto legato all'ego e che non si accontenta mai.
La felicità dell'avere non si accontenta mai.
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Vecchio 05-06-2011, 21.54.15   #45
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Io invece dico, se uno non ha mai volato, è vero che non sa cosa si perde, ma se decide di non volare non è per il volare in sé, di cui non conosce la bellezza, ma per la paura di cadere.
La paura di volare potrebbe essere indotta dalle vertigini quando capita di sporgersi da un'altura o un balcone. Se provi la vertigine, la paura di cadere è un istinto di autoconservazione, ha la funzione di proteggerci. Ma poi con la volontà e l'impegno puoi vincere questa paura e volare, protetto altrimenti vai incontro al suicidio, però in qualche modo la si è conosciuta.

La felicità come l'amore la conosciamo dalla nascita, dal cordone ombellicale, dal rapporto materno, è un sentimento che conosciamo perchè l'abbiamo provato alla nascita. Può essere patologico non provare il desiderio e la ricerca della felicità per non aver mai conosciuto l'amore come gli orfani o altri casi limite.
La paura in genere nasce da qualcosa che abbiamo conosciuto in qualche modo dentro di noi, oppure fa capo agli istinti, quindi pesca nel collettivo.
La paura della felicità non credo sia un istinto nè pesca nel collettivo, piuttosto fa parte del nostro modo di affrontare la vita, le esperienze e le opportunità che ci capitano lungo il percorso.
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Ultima modifica di diamantea : 05-06-2011 alle ore 21.56.18.
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Vecchio 05-06-2011, 23.01.40   #46
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La paura di cadere provando a volare c'è... ma viene dopo quella di non sentirsi più la terra sotto i piedi.
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Vecchio 05-06-2011, 23.19.54   #47
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Nella mia esperienza ho notato che molto spesso confondo la felicità con la gratificazione.

I pochi brevissimi momenti in cui penso di essere stata davvero felice non avevo nulla e non volevo nulla.
Non nel senso filosofico del termine, non era un pensiero, semplicemente (e su questo avverbio potremmo discutere in eterno) esistevo. Ero in pace. Non pensavo.
Certo, poi ci sente grati per quel momento di grazia e questo mi ha fatto notare la differenza. Qundo ricevo quello che volevo sono gratificata dalla felicità che ho sfiorato, perchè l'ho percepita in quella cosa o persona o gesto o immagine.

Quindi perchè scatta la paura? Perchè il momento è fugace, passa, svanisce, come il bacio di un innamorato che vive lontano, qualche volta la sofferenza per la distanza ci fà desiderare di lasciarlo per non doverla sopportare più...ma poi ci arriva quel bacio e ciao! via di nuovo da capo.

mi sà che stasera mi sopporto solo io..troppo romantica sono...ma lasciarsi amare pare una stupidata ma non lo è per nulla, per me almeno, e quindi la felicità la vivo ancora come un miraggio. però stò lavorando per cercare di avere meno paura
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